“Guten Tag Maurice, i miei ossequi” urlo scivolando felino sulla poltrona chester in pelle nera. Camicia sbottonata e cravatta molle. La fichetta mi versa un bicchiere di vodka liscia per creare l’atmosfera prima di squagliarci i cervelli con acido di ciminiera. Maurice guarda lascivo le due ragazze mandate da Neal. Minigonne inguinali e svolazzi di piume rosa, un oceano di lustrini sui loro top striminziti. Guardo i brillantini spalmati sulla faccia di Gloria, il giocattolo nuovo di Icaro. Le ragazze ci fanno cenno di seguirle fuori dal privè, verso l’attico. Maurice si asciuga la bocca e si gira a guardarmi, rispondo con un cenno del capo come a dire “Si, ‘mo arrivo”, accendo una cicca e m’affaccio al balcone.
Inspiro forte l’aria frizzantina, quel misto di marcio e perversione che nelle città portuali impregna sia i mattoni delle case che gli abitanti stessi. La povertà la vedi nei bambini lerci che ti si gettano ai piedi non appena scendi dal taxi, se dopo lanci loro qualche moneta puoi divertirti a prendere i più servizievoli a calci. Proprio come i loro padri, l’istinto di conservazione ha prevalso su ogni possibile avanzamento per superiorità genetica, operai dagli occhi spenti e le mani unte, facce sporche servilismo radicato nelle tame familiari da secoli, reietti pronti a chinarsi fino a terra per rispettare un’autorità che non hai ma se ti trovi a K… e non stai giù alla fonderia, “C’hai-i sordi”, come direbbe Carlo Marx.
Quando finalmente raggiungo gli altri nella penthouse, Maurice sta facendo volteggiare una delle bimbe seguendo le note di un ritmo lugubre e melanconico, quella musica elettronica e artificiale che ora tira più della cocaina. Sotto le stroboluci bianche Maurice e la biondina sembrano due angeli, due di quelli che giurarono con Lucifero. M’accascio su una poltrona domandandomi come muoiono gli angeli. Dopo un’attesa da tre sigarette, Maurice esce dal bagno sistemandosi i pantaloni, la luminscenza della soddisfazione orgasmica impregna il volto e la gonna di Gloria.
Il Nautilus è uno di quei posti che si giocano la reputazione sulla linea di confine tra raffinato e rozzo, un posto dove puoi trovare tutto: dalla birra scadente all’assenzio più pregiato e se sai a chi chiedere, anche fichette fresche ogni mese. Paul, il nuovo ragazzo della settimana, ci accoglie con un cazzo di sorriso largo da neo assunto, sto-cercando-solo-di-tenermi-il-posto urlano i suoi occhi mentre sulla sua bocca restano incollate e visibili due file di bianchissime perle smaltate. “Potrei spaccarti tutti quei bei dentini con il calcio della pistola e tu saresti ancora disposto a succhiarmi l’uccello” dico, a tutti e nessuno. Paul non mi sente, sorride ancora e ci allunga le liste. La nostre visite qui non sono di piacere ma di lavoro, un uomo deve pur mangiare. Maurice non è mai di alcuna utilità in questi momenti, alle transazioni economiche preferisce la figa. Il frocetto francese si fuma una cicca dietro l’altra, gli occhi che s’incollano al culo di qualsiasi bipede gli passi davanti. Settimana scorsa sono arrivare le asiatiche e per questa marmaglia inglese è il massimo dell’esotico, cos’è lo zoo paragonato al sesso? Certamente non puoi fotterti una tigre o un panda.
“Zut” biascica Maurice storcendo gli occhi – “Le rendez-vous était… mezz’ora fa.”
Esalo nicotina e ira, ‘sta cazzo di fichetta etilista.
“Cosa ci aspetta in Russia?” chiede Maurice accendendo una sigaretta con mano tremante, è quasi l’alba e noi siamo al molo. Il battello non arriverà che da lì a poche ore. Partenza prevista alle otto, sono le cinque meno un quarto. Maurice alita fumo e condensa, il fiato freddo di un drago dai polmoni neri sibila dalla sua gola. Siamo immersi nello spleen della mattina presto, morsi di ghiaccio contro le nostre guance, unghie blu e labbra screpolate. Surgut dista più di quattromila chilometri da Londra, nell’oblast’ di Samara, quasi una settimana di treno per poter portare in Inghilterra fichette nuove per il Nautilus. Non ci volevo portare Maurice, le checche francesi non sono fatte per l’inverno ma quel etilista crucco di Johannes erano settimane che non si vedeva. Stronzo io che mi prendo in parola chi si beve lo stipendio e lascia la moglie a prostituirsi per non far morire di fame una prole generata dallo sperma alcolico di un comunista ariano.
Dopo un’altra mezz’ora a gelarmi il culo con Maurice decido che col cazzo che ci vado in Russia. Johannes può ficcarsi un kalashnikov in gola e rigurgitarci sopra il suo odio ma non ci lascio le penne in un cazzo di deserto di ghiaccio perché sto coglione è collassato fuori da qualche pub. Qui parliamo di rischi con gente potente, giocare col gomitolo va bene finché non ti infili nella tana del leone armato solo di una Bibbia. Prendo Maurice sottobraccio, “Andiamocene” dico trascinandolo verso la strada. Il francese oppone una leggera resistenza, le punte degli stivali incollate a terra. Lo strattono, “Non fare il coglione” dico. Annuisce e mi segue silente.
Siamo seduti sul pavimento nel mio buco di culo di appartamento, disadattato e volgare come la mente di chiunque sia cresciuto sognando con les poètes maudits e la beat generation, in un mondo dove il tempo non esiste. Immaginatevi un appartamento di due stanze trattato come magazzino per vecchi libri e tazze sporche, colle stoviglie rubate dai tavoli dei ristoranti e la biancheria negli alberghi. Io, il grande scrittore di stronzate astrologiche che ora c’hanno la validità di un referto medico. Che vita del cazzo. Immaginatevi se la vostra vita funzionasse solo perché un fallito etilista si mette a sanguinare su una macchina da scrivere partorendo aborti malformati d’inchiostro, abomini impastati d’odio, che valgono meno di zero per Il Grande Ingranaggio, ha deciso che quel giorno i nati tra il 21 settembre e il 21 ottobre avrebbero vissuto una giornata strepitosa. La colpa è mia. Non ho mai viaggiato tanto quanto avrei voluto, forse conoscere Hemingway e Karen Blixen anziché leggere dell’Africa e sognare pianure e altipiani e lunghe notti stellate e animali esotici, spaccio le mie letture per conoscenza personale.
Ingollo l’ansia con l’ultimo sorso di whisky, devo pensare a come giustificare la mia mancata partenza per Surgut, Neal si aspetta dieci nuove fichette kazake entro la fine del prossimo mese. Guardo Maurice, semi collassato sul materasso. Potremmo andarcene in Francia dai suoi parenti o ovunque nel mondo. Nessuno verrebbe a cercarci, certamente non Neal, coi suoi centottanta chili di grasso su meno di un metro e settanta di altezza, spesso mi chiedo come faccia a camminare o anche solo a respirare. Buona forchetta Neal, come sua moglie che si sbatte chiunque le lasci una mancia in quel culo di posto che si ostina a chiamare ristorante. Pensare che era anche una bella topa una volta.
Maurice m’accende il fuoco della poesia quando si ubriaca in solitaria. Ho sempre apprezzato questi suoi sfoghi crudi e bestiali dai quali emerge nella sua forma più grezza la magnificenza dell’esplosione primordiale, genitrice di dolore e amore, vita e morte e tutti quelli opposti simbiotici che si completano solo nella loro estinzione. Maurice trasforma l’uomo in poesia, lo esalta e lo martirizza come nessuno nei secoli venuti; un esile spiraglio, uno squarcio di ciò che non si dovrebbe vedere mai. Lo lascio al collasso come Thomas Chatterton. Non ci penso, non ora che il sole si erge alto in cielo. Noi siamo come vampiri.
Lascio Maurice dormire e chiudo la porta alle mie spalle. Tornai dopo qualche ora, carico di bottiglie di liquore e sigarette e per la Russia non partimmo mai.






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