Teoria sulla teoria del doppio legame di Bateson e la fine del matrimonio con Margaret Mead

Gregory Bateson, meglio conosciuto come “il terzo marito di Margaret Mead, l’antropologa”, si impose nel mondo della ricerca teorizzando come la società occidentale spinga verso la soppressione della ricerca della via, della verità e della vita, in quanto focalizzata principalmente sui risultati delle azioni rispetto che sulla ricerca di soluzioni.

Bateson e Mead si incontrano in Nuova Guinea nel 1932, mentre erano entrambi impegnati in ricerce antropologiche (lei era ancora sposata col secondo marito, Reo Fortuna). Si sposarono nel 1936, ma il matrimonio terminò in seguito al tradimento di Bateson nel 1949, portando alla separazione ufficiale nel 1950. Proprio negli anni 50 Bateson inizia a fare ricerca per confutare le sue congetture e elaborare l’ipotesi che lo renderà famoso: la “teoria del doppio legame”. Pubblicata nel 1956, in seguito a diversi studi su soggetti schizofrenici, Bateson concluse che “un doppio legame si verifica quando un individuo sperimenta messaggi emotivi, verbali o fisici contrastanti“. Nel caso dei soggetti schizofrenici esaminati, questi problemi emotivi spesso derivavano da un’incapacità di elaborare in modo funzionale i messaggi ricavati dalla comunicazione, interna ed esterna, che stavano ricevendo. 

L’uso deliberato di scenari di doppio legame può essere interpretato come una forma di controllo del pensiero. Senza una chiara comunicazione verbale, le implicazioni possono essere fatte attraverso l’intonazione, il contatto visivo, il linguaggio del corpo, praticamenta da un’analisi semi-conscia della situazione. Spesso, la tecnica del doppio legame, è usata come metodo coercitivo e di controllo nelle relazioni, sia amorose, che amicali, che lavorative. La figura dell’autorità, sia essa un genitore, un insegnante o un partner, ricorre a tale strategia per ottenere potere sulla persona subordinata. La vittima, di fronte al doppio legame, sperimenta ansia e paura, divenendo così incapace di mettere in atto comportamenti con lo scopo di protezione dell’Io. L’individuo, di conseguenza, non è in grado di soddisfare tutti i requisiti del doppio legame, in quanto è un puzzle impossibile. Ciò può lasciare una persona impotente, intimidita, insoddisfatta e spaventata dalle conseguenze che seguiranno.

Bateson ci ricorda un pochino Spike Jonze, l’ex marito di Sofia Coppola. Circa nel 2019, il mio ex-ex mi fece vedere “Her”, presentandolo come un capolavoro cinematografico, dove la teoria del colore e la scelta delle inquadrature si univano in uno strabiliante connubbio che aumentava la magia di una trama non solo interessante ma altressì innovativa! Dopo i primi minuti mi voltai verso ex-ex e chiesi se alla fine lui “si innamorava dell’AI per rimanerci deluso male” e ex-ex non fu molto contento di questo nostro insight, ma per qualcuno che (come noi) è cresciuto a pane e fantascienza, questi sono concetti base. Eppure qui la similitudine la trovo nel “perché” del film. Dieci annni prima, nel 2003, una giovane Scarlett Johansson e un non-più-giovane Bill Murray, venivano proiettati sul grande schermo come metafora della fine della relazione tra Sofia e Spike. Non comprendendo l’antifona, non solo dal titolo ma anche dalla trama, Spike ribatté con “Her”, proponendo la metaforica solitudine dell’uomo bianco incompreso e lasciato solo in questo cruel cruel and sad world come conclusione.

Pensando a Bateson e la Mead penso alla Coppola e Jonze e pensando alla Coppola e Jonze penso a noi e pensando a noi penso a Taylor Swift che cantava: “maybe we got lost in translation

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• MayVe •

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