Immaginate: 6:30 della mattina, la moka gorgoglia felice salutando il venerdì. Piove, ma al Nord è una realtà tipica che abbiamo iniziato a dimenticare. Il telefonino s’accende, squilla, strepita, una delle tante sveglie messe per fingere di avere una routine mattutina con scadenzario orario: organizazione estrema, CEO di me stesso, JacobsByMarkJacobs. Ti trascini al tavolo e apri il pc, password di sblocco, caricamento, browser: impossibile caricare la pagina. Panico. Il respiro s’affanna, il sangue pulsa vorticoso nelle tempie, porti le mani al volto, graffi le guance e repiri profondi dalle connotazioni tantriche. Controlli il router, controlli le impostazioni di sistema, pop-up: “richiesta protezione WPA2 Personal”. Prendi il cellulare, accendi l’hotspot, cerchi: “cos’è WPA2?”
Stai per piangere, sono quasi le 7; la tazzina, abbandonata con ancora metà del suo contenuto, riposa fredda e distante sul tavolo. Nonno sta osservando i tuoi movimenti da venti minuti: genuflessa davanti il router col PC a parte, un altare alla technocrazia, preghiere in stringhe di uno-zero. Riprovi, una, due, tre volte. Fa caldo davanti il calorifero, apri la finestra, stai per piangere. Ti senti un cowboy della rete alla prese con l’ICE nero di Chrome. Non concludi nulla. Prepari una seconda caffettiera e aspetti il gorgoglio guardando la pioggia.






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