I can’t stop the feeling
I’ve been this way before
but, with you I’ve found the key
to open any door
[Is this love; Whitesnakes]
In psicologia esiste il concetto di “agency personale“, che in sé racchiude come l’individuo sta nel mondo. L’agency viene determinata da un’intricato rapporto di vari costrutti più o meno visibili, più o meno incisivi e più o meno necessari per lo sviluppo individuale. L’agency è quel motore, quella spinta interna che, nascendo da motivazioni e desideri, guida l’agire nel e col mondo. La capacità di agire autonomamente si sviluppa nelle azioni intraprese verso il raggiungimento del nostro obiettivo. Perché ciò accada dobbiamo agire verso al protezione del nostro essere. Nel nostro caso intendiamo una tranquillità che dall’esterno può venir percepita come solitudine. In essa accettiamo solo coloro che hanno un effetto benefico, balsamico. Ci piace uscire, parlare con persone nuove, ascoltare nuove storie, vivere diverse vite… Questo momento dev’essere però circoscritto nel tempo, una sera, una giornata, un caffè al bar della stazione. Una tantum1.
Otto Marzo. Lotto Marzo. Giornata internazionale dei diritti delle donne, istituita troppo tardi del ‘900 perché non vi sia più da combattere per le opportunità base ma valicato il millennio possiamo farlo dalle 17 quando usciamo dall’ufficio e senza incatenarci ai cancelli, perché i manganelli piovono senza ritegno su chiunque non indossi una divisa. Otto marzo. Vado in banca. Lotto marzo. Vado a fare la spesa. Otto marzo. Mi fermo a correggere dei compiti nel solito bar. Otto marzo compleanno del proprietario. Otto marzo uno sconosciuto mi offere da bere perché “Sei bellissima, ma guardati!”
Non immaginatevi ora una di quelle feroci critiche mosse dall’onda di rivalsa ginocentrica e velata misandria che permea i social e consegue in ripercussioni sempre più violente nei nostri confronti, volte a zittire chiunque s’opponga allo status quo, come il corpo studentesco della East High quando alcuni ragazzetti presero le difese di Troy Bolton ammettendo interessi diversi da quelli condivisi col gruppo di amici stretti. Ricapitolando, questa non è una critica, l’altro giorno ho offerto da bere ad una mia conoscenza e consumate le bevande siamo dipartiti perché questo è — dovrebbe essere — il corso naturale delle interazioni sociali.
Quest’uomo usa la scusa della musica alta per farmi avvicinare e, avendo terminato di correggere i pochi compiti che avevo, ho accettato volentieri di finire il bicchiere in sua compagnia, quattro chiacchere fan sempre piacere e conoscere storie di altri mi permette di vivere esistenze vicarie dalle loro esperienze. Mi racconta di essere single. No, padre single. Con un lavoro fisso, lavoro proprio — fatto da sé. Famiglia colta di estrazione media, ex moglie bellissima e milionaria. Lui, scapolo d’oro. Tutto piacevole; ha vissuto in Spagna, parlicchia quattro lingue, di cui l’arabo [che parlicchiare l’arabo, chapeau].
“Ubi maior, minor cessat!2” — “Uh?”, rispondo, colta alla sprovvista dalla locuzione latina sganciata nel mezzo del discorso come avesse sentito la necessità di recuperare un piedistallo momentaneo.
“Ubi major…” insiste.
“…minor cessat” risponde veloce a pappagallo l’amico lui-è-come-un-padre-per-me, lacrima nera sotto l’occhio sinistro, battute sessiste e tatuaggi di stampo littorio.
Prosegue coi racconti della Sua Terra, del suo forzato esodo verso nord e della vasta rete sociale, che si dipana tra luci e ombre come i vicoli di periferia al tramonto. Tronfio d’arie d’affiliazione, torna all’elogio verso se stesso. Übermensch, prega per noi che abbiamo ucciso Dio. L’enfant gâté è compiaciuto, sorride sornione mentre con un cenno chiama il secondo giro. “Vedi? Non ti sto nemmeno toccando quando parlo, perché ho rispetto io.” Quando dicono che un bel silenzio non fu mai scritto penso si vada a sottendere quelle occasioni ove si apre la bocca giusto perché ne si ha facoltà, non perché convenga ai fini della situazione. Prendete il Giudaismo, dove si trovano otto modi diversi di fare la carità, ripartiti sulla percentuale di anonimato che il benefattore vuole mantenere, eppure il dettame di base che pone l’accento sull’umiltà del dono resta il medesimo: bisogna tacere. Seguita il monologo, spremendo giuggiole, accentuando come non mi avesse ancora chiesto il numero — un galantuomo — non intessato a farlo se non forse a fine serata. “Ti riaccompagno alla macchina, poi ti seguo fino a casa con la mia così sono tranquillo. Oppure puoi restare a dormire da me.”
Bussano alla finestra, conoscenze. Saluto ed esco. Dopo poco escono anche loro, mi salutano e vanno via. Il giorno dopo sui messaggio verdi trovo un numero sconosciuto “Ehi, ti ricordi? Sono X, ci siamo visti ieri sera”. Non rispondo. Manda una gif di quel politico che FabriFibra chiamava Bugiardo. Non rispondo. “…ti sarai dimenticata di me, arrivederci.” Rispondo che sono spesso impegnata, non guardo il telefono, solita solfa. Ribollo. La mia agency finisce quando lo dici tu, perché una tantum sembra dover divenire episodico. Serata iniziata dal suo interesse nei miei confronti mentre, sola e pensosa, stavo lieta per conto mio. “Dovrò passare in auto nelle tue zone per vederti allora.” La mia agecy finisce quando lo dici tu.
“Pareva brutto che stavi lì sola, non ti avrei invitato se ci fosse stata gente che poi si pensavano eri una facile.”
La mia agency finisce quando tu smetti di vedermi come una persona.
La mia agency finisce quando tu smetti di trattarmi come un tuo pari.
La mia agency, per te, non c’è mai stata.






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