E domani? Vedremo…

Elezioni Europee 2024 — un paese per vecchi (nostalgici)

Quando nell’aprile 2016 si iniziò a vociferare di una Riforma Costituzione che toccasse punti specifici come il bicameralismo, ritenuto obsoleto, restai di sale. Il bicameralismo, dal latino doppia camera, indica l’organizzazione degli organi legislativi parlamentari di uno Stato. Nel Bel Paese, tanta la smania di salire ai vertici dell’eccellenza solo di parvenza, la forma adottata è quella del bicameralismo perfetto, ovvero dove ambedue le Camere esercitano medesimi diritti e doveri; al contrario, ad esempio, di Stati come il Regno Unito dove le due camere, quella dei Lord e quella dei Comuni, hanno compiti non sovrapponibili a quelle italiane. Certo, qualche differenza sussiste altrimenti non avrebbe avuto senso permettere la votazione della propria rappresentanza in Senato dopo i 25 anni — che colla CPF formata ora sei un toro di decisioni sagge — ma sono differenze talmente lievi che difatti da ben due anni hanno detto nique la loi facciamoli votare dai 18.

Riassumendo in breve il nostro sistema perfetto dobbiamo ricordare che entrambe le Camere hanno potere legislativo e ça va sans dire che s’intendente che possono fare leggi ma la Camera dei Deputati, composta dal doppio dei membri del Senato, ha il potere di presentare in Parlamento (unione delle due camere) proposte per situazioni d’emergenza come i DPCM, i decreti legge, e convertirli in legge pubblicandoli sulla Gazzetta Ufficiale. Il Senato, invece, nonostante abbia le medesime funzioni, non partecipa alla creazione di norme giuridiche ma indirizza la banderuola politica della tendenza dominante, diciamo che principalmente il Senato concorre a dare fiducia al Governo (che si configura nell’espressione della maggioranza parlamentare, cioè della coalizione di partiti che hanno ottenuto il maggior numero di seggi in Parlamento). Dal 13 ottobre 2022 è stata modificata la ripartizione del numero di membri del Parlamento, mantenendo sempre il Senato comporto dalla metà dei membri della Camera ma non più con simpatici numeri dal sapore tondeggiante (315 e 630) in quanto sostituiti con cifra tonda e facile (200 e 400).

Il Governo del nostro Stato è comporto da:
・Presidenza della Repubblica;
・Parlamento italiano (Camera dei Deputati + Senato);
・Corte costituzionale (quindici giudici col compito di risolvere conflitti interni).

Come nasce il bicameralismo perfetto?

Il 2 giugno 1946 è una data storica per il nostro Paese, ricordando il giorno in cui nacque la Repubblica Italiana. Un anno e mezzo dopo, il primo gennaio 1948, viene approvata la Costituzione — forte e lunga, inamovibile e atta a garantire i diritti di ogni cittadino in quanto l’assemblea costituente s’era formata da membri d’appartenenza politica diversa col fine di creare un testo che comprendesse le tendenze di pensiero della novella Repubblica. Il bicameralismo non fu accettato a braccia aperte come forma suprema di governo, difatti incontrò resistenze, ma si configurò più come una necessità per arginare eventuali prepotenze di maggioranza, visto il ventennio nero che s’era appena concluso. Altresì v’è da considerare che un modello bicamerale ove entrambe le camere hanno cariche sovrapponibili è un monocameralismo mascherato, come chi studia in Bocconi e dice di studiare management perché dire di fare economia aziendale suona male. Difatti varie riforme si sono susseguite negli anni per modificare i poteri del Senato — definito dalla Moratti “un inutile doppione” — a partire dalla riduzione del quorum nel 1993 fino ai successivi rafforzamenti delle materie di autonomia regionale e locali contenute nel Titolo V della Costituzione.

Quindi serve il bicameralismo?

In linea teorica sì, perché impedisce ad un unica assemblea, organo o camera, di avere in toto il potere legislativo. Anche se siamo quasi tutti consci dei limiti di un sistema democratico, specialmente quando l’intervento diretto del popolo è limitato solo ad alcune scelte, lasciando le altre alla rappresentanza dei partiti. Ricordo quando nel 2013 Letta fu eletto Presidente del Consiglio ed il malcontento popolare s’affannava al bancone del bar a sbraitare di non averlo votato, ignorando che il PdC viene scelto dal PdR e se le cose cambieranno, vedremo nel futuro a venire [in aprile di quest’anno la commissione del Senato ha terminato di esaminare la proposta per un nuovo disegno di legge costituzionaleModifiche agli articoli 59, 88, 92 e 94 della Costituzione per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri, il rafforzamento della stabilità del Governo e l’abolizione della nomina dei senatori a vita da parte del Presidente della Repubblica”. Proprio il primo punto esplica la volontà di far votare il PdC direttamente dal popolo e non più renderlo scelta personale del Presidente della Repubblica. Ancora non sappiamo cosa riserba il futuro, ma nel mentre ringraziamo il bicameralismo].

Le europee 2024

Le europee 2024 sono iniziate portandosi dietro uno strascico di melanconia e dolore, pensando che alle scorse, nel 2019, ti conobbi. Eppure, dolori d’animo a parte, il nostro senso di dovere civico ci ha fatte tornare negli stessi corridoi, nelle stesse aule e con quasi le stesse persone di cinque anni fa a siglare, bollare, registrare, controllare e contare schede contenenti l’espressione del popolo (di chi s’è presentato). Risultato sconveniente ma non sconvolgente perché, parafrasando l’oramai estinta Michela Murgia, nessuno si aspetta di vedere un totalitarismo nascere da una democrazia.

Col gergo che userebbero i miei alunni, fa specie leggere i numeri d’affluenza ai seggi. Nel nostro, nonostante lo scarso numero di votanti, abbiamo raggiunto circa il 50,9% mentre nell’altro, quello sito nella porta accanto, intorno al 47% nonostante avessero più elettori in quanto si occupano anche di quelli domiciliati. V’è da considerare però che oltre le Europee da noi si è votato anche per le Comunali, quindi c’è stata una partecipazione leggermente superiore ad altre zone ma comunque inferiore i numeri di cinque anni fa, dove con solo una lista candidata ed il rischio reale di finire sotto commissariato1 più gente si presentò ai seggi e, grazie anche alla scarsa conoscenza dei diritti come quello di poter rifiutare [la] scheda, hanno votato per entrambe.

In tivù, sui social e sui giornali si parla del voto dei fuori sede, studenti e lavoratori che consci delle difficoltà dell’essere gggiovani in un paese per vecchi non demordono e provano, con le unghie e coi denti, coi megafoni e le calze a rete, a farsi sentire. Quando si parla d’Italia e si dice che è un paese per vecchi, s’intende che è facile dire “largo ai giovani” ma solo questi giovani che rispecchio l’ideale cis-etero-binario-borghese, che sia mai che aiutando il prossimo poi quello c’impone la sua cultura. Viviamo un paese per vecchi… no! Viviamo un continente per vecchi, perché ancora così radicati nelle nostre piccole caselline da non riuscire a comprendere come l’incontro tra culture sia una matrice di progresso e non di estinzione culturale, dove se l’esempio dei numeri arabi non calza, pensiamo all’alfabeto latino che deriva da quello greco che deriva da quello fenicio che deriva da quello proto-sinaitco delle zone dell’odierno Egitto. Se è vero che dal passato dobbiamo imparare per non ripetere gli stessi errori, perché sembra che basti [solo] cambiare l’aspetto del prodotto per promuovere il medesimo contenuto?

  1. in comuni sotto i 15.000 abitanti, prima della modifica del 2021, se solo una lista era presente, c’era la necessità di raggiungere un quorum strutturale del 50% (la partecipazione) e la lista doveva aver ricevuto almeno il 50% dei voti (quorum funzionale). ↩︎

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