Bradisismo e bucket-list

Esattamente un anno fa come oggi camminavamo per le vie di Napoli. Affaticate dalla calura estiva e col ginocchio fasciato, dopo diverse strade strette e sfatte, bagarini di contrabbando e case ammassate le une contro le altre, Antoine mi indica di guardare avanti, verso la fine della via. In punta di piedi su un gradino, mano nella mano, sento prima il chiacchiericcio cacofonico di più lingue, poi noto la massa di persone che da fila ordinata s’allargava innanzi delle vetrate, come il Po quando arriva all’Adriatico.
Leggi l’insegna“, dice.
Metto a fuoco la scritta rossa sopra la calca di gente: “Da Michele? — chiedo con leggera inclinazione interrogativa — Aspetta! Da Michele come Julia Roberts?!

Vedi Napoli e poi muori

La sopracitata espressione fa riferimento alla sensazione di forte melanconia che si scava nell’animo non appena lasciato il golfo partenopeo. Noi a Napoli ci siamo state tre volte, due per le lauree di Antoine e una per il mare a Miseno. C’è melanconia nell’aria mentre pensiamo, scriviamo, raccontiamo di noi e del tempo andato, ma quando ancora possiamo castrare il nostro sentire per non fare sentire inadeguati gli altri? Come fermare la violenza della penna quando in questa vi è sito l’unico sfogo che non si calma in pelle e sangue? Perché rinunciare a scrivere quando questa si è rivelata infine l’unica vera costante? “Write hard and clear about what hurts1“, così diceva Hemingway. Oramai saranno passati quasi vent’anni, forse più, dalla prima volta che ci incontrammo e questa frase entrò nelle massime, negli assoluti della nostra esistenza terrena. Vedi Napoli e poi muori ma ancora ci mancano ancora tante parti di Napoli da visitare quindi ancora non possiamo morire ma portarci dentro il dolore non solo di vivere nei luoghi dove ci siamo amati, ma di sapere che c’è un pezzo di noi in diverse città della penisola e che, volente o nolente, non posso abbandonare il ricordo perché è parte di me e della persona che ero, sono e diverrò. E tra le cose da fare prima di morire torneremo a Napoli a veder ciò che manca e magari, in quel tempo, troveremo anche una sfogliatella senza burro…

Un desiderio prima di morire

La Bucket list, termine inglese traducibile con “lista dei desideri” o “lista delle cose da fare prima di morire“, nasce come semplice oggetto di una e-mail personale, traslandosi in un fenomeno mondiale veicolato da Hollywoo in un film con Jack Nicholson. Tutto parte da Justin, sceneggiatore anglo-americano [mayflower much?] che nel 1999, computer alla mano, scrive la sua “list of thing to do before I kick the bucket“, abbreviata poi in “Justin’s bucket list“. In linguistica questo fenomeno si chiama ellissi [dal greco élleipsis, mancanza]dove ovviamente non si fa riferimento ad alcuna figura piana ma all’omissione di una — semplificando — parte della frase. La Treccani inquadra il fenomeno linguistico presentando poesie di Montale, ma di pomposità si può anche morire quindi noi torniamo a fare riferimento alla “List of things to do before I hit the bucket” che diviene “Bucket list“.

La frase “(to) kick the bucket“, letteralmente “prendere a calci il secchio“, fa riferimento ad un’espressione idiomatica che sottende morire, crepare, lasciarci la pelle, incontrare il tristo mietitore, perire, passare a miglior vita, rendere l’anima a Dio, andare all’altro mondo, decedere, tirare le cuoia, estinguersi, scomparire…

Purtroppo né il Merriam-Webster né il Cambridge Dictionary sono stati in grado di dare una precisa collocazione temporale all’idioma, in quanto questa si perde nel tempo. Si riscontra il primo uso scritto nel Dictionary of the Voulgar Tongue (p.286), del 1785, seconda edizione 1788. Un’ipotesi più recente colloca l’origine della frase in lingua Krio, parlata dagli autoctoni della Sierra Leone. L’espressione “kek(e)rebu“, col significato di “morire” viene registrata per la prima volta nel 1721, ma altresì viene fatta risalire alla fine del 1600 in Ghana2.

  1. “Scrivi forte e chiaro su ciò che [ti] ferisce” ↩︎
  2. che all’epoca faceva parte del triangolo della tratta degli schiavi quindi si potrebbe dedurre che il contatto con lingue diverse quali l’inglese, il portoghese e l’olandese possa aver influenzato e creato parole nuove derivanti da un’interpretazione errata del sentito (come liocorn francese o wall per l’inglese) ↩︎

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• MayVe •

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