Analisi etimologica, da תַּפּ֫וּחַ a яблока
[Revisione e ampliamento articolo scritto nel 2023]
Da sempre proviamo una forte attrazione per le lingue, basti pensare a quando da bimbe fingevamo di parlare inglese con nostra sorella, producendo parole che ricalcavano le sonorità dell’anglo-lingua, o quando iniziammo a creare diversi sistemi di scrittura per cifrare i nostri diari da occhi indiscreti (mater). Credo che il rapporto madre-diaro-segreto-della-figlia sia uno di quei traumi generazionali che potranno solo peggiorare con le nuove tecnologie dove puoi scaricare app ed inserire codici e controllare i tuoi figli come se avessero un chip GPS sotto pelle, tipo ricercati nei film di azione, immagina: Fuga dall’Internet – con Clint Eastwood in CGI, prossimamente al cinema.
“La lingua colora il mondo: come le parole deformano la realtà” è la traduzione italiana di “Through the Language Glass: how words colour your world” di Guy Deutscher. Questo libro pone in essere una visione della lingua come mediatore tra noi ed il mondo; come essa cambi la nostra percezione del tempo, dei colori, degli oggetti del quotidiano… Osservando la famiglia delle lingue proto-indo-europee possiamo notare come le origini (proto) comuni ai nostri idiomi risiedano nel ceppo indo-europeo e come questa radice comune si avvicini alla teoria di una Grammatica Universale di Chomsky. Noam Chomsky ipotizzava l’esistenza di un dispositivo di apprendimento linguistico universale e condiviso (LAD) che permette ai bambini di apprendere la lingua materna; nel campo di studi sul bilinguismo questa teoria è tutt’ora in parte ritenuta valida in quanto non si ha la certezza di come realmente avvenga l’apprendimento (spesso) simultaneo di due o più lingue ma si presuppone che il bambini, sotto i sei anni, inizialmente raccolgano tutte le informazioni dell’ambiente e solo successivamente le dividano nei magazzini semantici. Tornando a Chomsky, lui parla dell’apprendimento della lingua madre, o L1, ma si ritiene che possa circa-quasi funzionare anche con l’apprendimento tardivo di lingue straniere (dove fondamentalmente l’unico problema dell’adulto è la pronuncia co fonetica perfetta quasi irraggiungibile, “quasi” parola chiave). Forse non possediamo realmente un dispositivo di acquisizione linguistica ma probabilmente siamo in grado di intuire, nei livelli profondi della nostra corteccia, le interconnessioni tra le lingue, come le parole si modificano, prendono ispirazione o diventano qualcosa di completamente diverso da ciò che ci saremmo aspettati seguendo la logica del nostro apprendimento. Prendiamo ad esempio la parola “mela”: in italiano sappiamo derivare dal latino mēlum – mālum (ovviamente preso dal greco mâlon che indicava un qualsiasi frutto sconosciuto — ecco tornare l’origine al bisogno di conoscenza). In volgare latino, mālum che indicava i frutti con seme, diviene poma indicando frutto in modo generico; interessante notare come nel dialetto iberico, proveniente dal latino volgare, mela (mālum mattianum) si evolva in mattiana e, successivamente, con la nascita della lingua spagnola, in manzana (da Mela di Matius, amico di Giulio Cesare).
L’associazione errata che si potrebbe fare tra mela e male, complice la demonizzazione cattolica di ogni cosa peccaminosa, compreso il frutto rosso-lussuria è solo una casualità, non vi è correlazione linguistica se non di errore. Siccome l’essere umano vive per la conoscenza, il nostro cervello ha sviluppato vie che ci permettono di giungere a conclusioni anche con poche informazioni, purtroppo, a meno che le nostre speculazioni non concernano una terza persona (in quanto siamo molto più bravi a giudicare gli altri che noi stessi), probabilmente ci troveremo in errore. In latino mālum è mela, ma malum è anche male, cattivo, malvagio. Praticamente quello che viene ripetuto al Capitano Mal di Firefly più volte di quante te ne aspetteresti in un telefilm di fantascienza terminato prima del tempo che ha il cinese mandarino come lingua internazionale galattica. Eppure l’errore sta qui, non nella forma ma nell’etimologia: mālum (mela) mostra un’allungamento sulla pronuncia della prima vocale, allungamento proveniente dalla sua radice greca nella parola mēlon; mentre malum (cattivo) ha radice nel proto-indo-europeo apocope mel che vuol dire esattamente quello che ci aspettiamo, male.
Questo breve trafiletto spiega, in modo molto molto semplice, come la mela non fosse il frutto proibito che trasse Eva in inganno e condannò l’umanità, quanto più un errore di traduzione dal latino compiuto nel IV secolo dopo Cristo ad opera della prima traduzione della Bibbia in volgare latino, con l’unica pecca che l’incaricato pontificio mancava delle basi in ebraico, che assieme al greco erano le uniche due lingue ancora parlate nelle quali fosse disponibile una traduzione (perché l’aramaico giusto ne La Passione di Mel Gibson lo troviamo). Un altro piccolo problema inerente la prima traduzione della Genesi concerne la scarsità di vocaboli orto-frutticoli necessari per distinguere i vari frutti, conseguentemente la frase “lignus scientiae boni et mali” perde il significato di albero della conoscenza e diviene un banale melo. L’errore (semi) giustificabile del nostro ecclesiastico verrà perpetrato dall’arte fino a consolidarsi nel simbolo peccaminoso che consociamo noi. Siccome ai tempi del rinascimento il termine ancora indicava un qualsiasi albero che produceva frutti con semi (esattamente come si può leggere nella traduzione ebraica dove figura la parola peri, che indica un frutto generico – mentre tapuach indica la mela, ma questa parola, ai tempi della Bibbia, aveva il significato generale di peri), possiamo osservare nella Cappella Sistina di Michelangelo il serpente avvolto intorno un fico.
In conclusione della nostra lettura, dove potremmo ancora dire che la melanzana, una solanacea asiatica, ha in italiano una delle poche traduzioni non derivanti né dal sanscrito né dall’arabo come invece avviene in altre lingue europee quali spagnolo, francese ed inglese (berenjena e aubergine dal persiano bādinjan o al-bādinjan). L’italiano, come lingua neolatina, spesso risente delle influenze malandrine delle ispirazioni romane, giacché melanzana proviene dal greco melitzana (che ha diretta deriva etimologica dall’Anatolia, difatti in siciliano troviamo milinciana come stretta deriva dell’allor detta Trinacria). Per quanto concerne я́блока, mela in lingua russa, l’origine si perde nella parola che in antico Slavo indicava l’ennesimo frutto generico. Quindi, possiamo appurare che la mela sia IL frutto per antonomasia (nonché uno dei nostri preferiti): frutto della vita eterna, frutto del peccato, frutto lascivo, frutto succoso, frutto brillante, frutto gioiso, frutto con così tante varietà che non basterebbe una vita intera per saggiarle tutte…






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