Piango.
Forse, perché nel 1890 Frazer pubblicò “Il ramo d’oro” parlando di magia? O per l’aspra critica che gli mosse il mio amato Wittgenstein? Il compianto che scivola sulle mie gote è dato dalla libertà di Gauguin a Tahiti e di Stevenson a Samoa? Piango, forse, perché non sarò mai un esploratore dei secoli andati, quando tutto era ancora accettato nella visione di uno e nessuno e non di centomila? O perché ora l’era delle scoperte naviga su canali a me sconosciuti: di stelle e circuiti, cibernetica alla Gibson (ICE e cowboy) e non più incanto e magia?
Piango, forse, perché come specie abbiamo peccato d’ingordigia: mordendo più di ciò che potevamo ingoiare? Dimenticando l’uomo come figlio del tempo, nascondendo l’esempio di una società che muta e godendo nel vederla annegare nelle sue contrazioni?
Io voglio, io devo, io posso…
Scordando che “io sono” è la vera guida del libero arbitrio.





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