Wellness&Self-Care in questo sabato con luna in Leone. Be bold, be daring, be you! Cetriolo sugli occhi e fettina di limone in acqua e ghiaccio e menta. Il sole bacia la pelle di chi si scopre, io bacio il ricordo della persona che ero e abbraccio l’immagine quella che sto diventando. Alle volte bisogna prendere subito le distanze, seguire quella piccola punta acida che si sente nei visceri: sei bravo, sei alto ma sei come tutti gli altri. Ennesima uscita che si è rivelata una tragedia. Noi per loro e loro per noi.
Forse chiediamo troppo, forse siamo troppo. Decisamente siamo troppo in una società che si fa vanto di relazioni improntate sulla necessità di esperire ad un bisogno fisico anziché emotivo, il fil-rouge delle relazioni intraprese dai miei ex seguita rottura con noi. Il primo si cerca una che mi somiglia fisicamente e mentalmente, il secondo una che parzialmente somiglia fisicamente a noi ed è mentalmente allineata, il terzo una che fisicamente somiglia a mamma sua e mentalmente a noi. Condannata a vederli passare da un amore puro ad uno succedaneo, una versione edulcorata e controllabile quello che davamo noi. Relazioni di convenienza con convivenza (a volte), con delusione emotiva (spesso), con chiamate e messaggi a dirci “penso a te quando sono con lei”.
Ieri pomeriggio ai giardini, sedute sulla pietra calda con la sigaretta tra le dita, guardando il nostro collega di matematica ribadire l’ovvio “Ci pensi troppo, noi uomini facciamo schifo”.
Well, I love you, imagine a world without you
It’s only ever you, I only think of you
And if it’s a blessing, I want it for you
If I must have a future, I want it with you
Systеm in our hearts, you only had it before
You only opеn the window, never open up the door
And I love you, I love you, told you I do
[I love you; Fontaines D.C.]
PS: a fini narrativi, abbiamo dovuto aggiungere a due di loro una profondità emotiva che è stata riscontrata solo parzialmente.
POV A.
“Non diremo alle nostre figlie / che ci siamo conosciuti su Tinder”, canta una nota band indie, proprio quasi a emblema della vergogna di una generazione che trova l’amore dietro uno schermo e non riconosce i pericoli della rete che però diviene essenziale per chi, come me, esce poco, molto poco. Ma io sto meglio. Ora sto davvero meglio, giuro. Molto meglio. Esco con tipe conosciute su chat online perché nel reale manco di assertività, un po’ come tutti: l’anonimato facilita le relazioni. Poi ti ho conosciuta su instagram, altro universo. Ho tirato un dado prima di uscire con te: 663 → 15 → 6 numero malizioso, legato a Venere, concreto come la terra ma vuole solo ricevere senza mai dare. Non mi aspettavo certo di far sesso al primo appuntamento ma magari una carezza o un bacio, mentre tu hai mostrato la più totale assenza di contatto fisico, nemmeno sfiorato per sbaglio camminando. Io voglio toccarti, voglio sentirti, voglio conoscerti, amarti, possederti. Io ti voglio e tu non mi vuoi. Tu non vuoi niente. Tu non senti niente. Tu hai mai sentito qualcosa? Mi hai parlato dei mesi che ti sono serviti per superare il tradimento del tuo ex, quindi vuol dire che un pochetto almeno ti sai affezionare… forse. Sei bella, sei davvero molto bella. L’ho pensato spesso mentre eravamo insieme, tu chiusa nel tuo universo ed io sull’uscio ad ammirarti. Forse, come Icaro, ho peccato nel cercare di avvicinarmi a una stella, la cui prossimità si rivelò, per entrambi, letale.
POV B.
Passato circa un mese oramai dal nostro incontro casuale ma quella sera stavo in botta forte, avevo iniziato a bere alle sei in post-lavoro, saltando da vino a campari a gin tonic a ennesimo campari bevuto a shottino. Ci siamo smezzati i drink, poi ti ho baciata nel mezzo del locale e siamo tornati a casa. Tisana calda e coccole per tutta la notte. Al mattino mi sono vestito, “mi odio, non mi piaccio” dico. Tu neghi. Sospiro, scrollo le spalle e preparo il caffè. Le foto della mia ex sulle pareti di casa, gli unici libri presenti sono i suoi, qualche trucco ancora nel cassetto del comodino, questa casa continua a odorare di lei anche dopo quasi un anno. Tu mi guardi, assonnata, con la mia felpa dei Pokémon fino a metà coscia, sei bella, sei davvero molto bella. Da quanto ti ho visto ieri sera volevo toccarti, sentirti, provarti. Poi eravamo entrambi troppo stanchi e ci siamo limitati a parlare. Ti avvicini alla finestra in punta di piedi, “C’è una bella vista da qui” dici, tazzina fumante in mano. Già, c’è una bella vista, piaceva anche a lei… forse le piace ancora. Mi rabbuio, mi intristisco, corro in bagno e affondo la faccia sotto il getto gelido: uno… due… tre… sospiro forte, ora va meglio, va davvero molto meglio ora (forse). Ti accompagno alla macchina, ti saluto e ti guardo andare via.
POV C.
Talmente bella che sono venuto a cercarti sulla spiaggia per bere qualcosa insieme. Abbiamo fatto le ore piccole sotto le stelle, il giorno dopo dovevi lavorare. Abbiamo provato a fare l’amore e concluso, tragicamente, che non fosse il caso di continuare. “Devo andare, devo andare” continuavi a ripetere, “Resta ancora, resta ancora” pigolavo, cingendoti con le braccia la vita. Mentre bevevi il caffè guardavi le mie piante, “Stanno morendo” dicevi, “Questa ha bisogno di acqua” e “Questa sarebbe una pianta a cascata, soffre se costretta a crescere in altezza” e “Lo so che non mi scriverai”. Dico di volerti rivedere, ribatti che non ci credi, te lo assicuro, te lo giuro ma, ovviamente, non mantengo la promessa, non ti scrivo, non mi faccio vivo. Ti ho deluso… ma forse sei anche tu che dimostri interesse solo quanto ti va, solo quando sei al centro dell’attenzione, solo quando sei l’epicentro dei pensieri dell’alto. Forse ami sono chi ti venera come dea scesa in terra, chi muoverebbe montagne per vederti sorridere, chi cambierebbe il corso dei fiumi solo per raggiungerti con più facilità e, forse, è per questo che non ami veramente nessuno se non te stessa. Però eri bella, eri davvero molto bella.





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