Tra i tanti risvegli, l’ultimo ha le note di una canzone pop.
Dicembre apre la danza delle feste nella nostra famiglia: dal 2 dicembre all’8 gennaio, tra parenti e amici e panettoni e pandori e cene e aperitivi e rinfreschi, si contano il nostro compleanno, la viglia, il Natale, il 26 anniversario di matrimonio dei nonni (quest’anno 55, “Santo Stefano primo martire, come me”, ride il nonno), l’ultimo dell’anno, il primo dell’anno, l’Epifania — coincidente con la festa del battesimo di nostra cugina — e infine il compleanno di mia sorella.
Dicembre è periodo festaiolo, che con lo scoppiettio ardente del Sagittario, è pronto ad esplorare, vivere avventure, fare baldoria! Mese che termina con il più serioso Capricorno, saturnino e votato a mettersi al primo posto prima di aiutare gli altri “se io non sono okay, non posso essere d’aiuto”. Hard work and no play rendono Jack un Kapricorno e Gesù lontanissimo da questo stereotipo (infatti è nato il 26 giugno).
Dicembre è iniziato con smottamenti astrali di allineamenti particolari, certe energie si sentono e sono state sentite. Gli ultimi tre mesi dell’anno hanno visto un accentramento di transiti votati al cambiamento — alla terza casa, al chakra sacrale, quello bloccato dalla paura che sbloccato apre le porte della creatività —, allo svelamento dei segreti, del sé, delle verità scomode. Mercurio frizzantino diretto e retrogrado nei segni di Scorpione e Sagittario ha reso la comunicazione fortemente peperina. Saturno in Pesci a portare visioni trasformative nel nostro modo di vedere la vita. Riassumendo, i pianeti che si occupano delle lezioni karmiche, della riflessione sul sé, sulla vita, sull’universo e tutto quanto erano particolarmente attivi, difatti stiamo anche ripetendo da mesi che siano in anno 9, anno di chiusura, di trasformazione ultima. Questi sono gli ultimi mesi utili per costruire la nostra crisalide e liquefarci per nascere farfalle: come il fior di loto, che nasce nel fango ma diventa bellissimo (e qui ti penso Ben, a come mi paragonavi al fior di loro e di come anche quest’anno abbia guardato le stelle cadenti in agosto e festeggiato il mio compleanno senza di te, sapendo che non guarderemo più le stelle insieme e che tu avrai 27 anni per sempre).
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Anni fa, quando abitavamo nelle banlieue torinesi, quelle zone di confine tra guerriglia urbana, occupazioni di edifici e giustizia privata, abbiamo passato tre mesi in catatonia. Il letto unico rifugio, luogo sicuro, le coperte uno scudo contro il mondo. Abbiamo masticato pastiglie di valeriana e melatonina, ingerito whisky mesciato con acqua calda e limone, mangiato sempre troppo o troppo poco. Qualche anno dopo, quando leggemmo per la prima volta “My Year of Rest and Relaxation”, piangemmo sottolineando le pagine. La protagonista senza nome che vive alienata nella grande città, la ripetitività delle giornate, il bisogno non di morire o di sparire ma di restare sospese, appese, vive ma addormentate: rallentare il corso del tempo per poter guarire le ferite dell’animo che da dentro dilaniano lo Spirito dell’Essere.
Ieri ci siamo messe a letto intorno l’una del pomeriggio, esauste. Sveglia alle 8 per essere alle 11 dai Padrini per i consueti auguri, carezzando la pancia del cane e sperando in un caffè. “Aperitivino?”, esclama la mia madrina, cogliendomi impreparata. Mia madre gioisce “Per me sì, sto recuperando ora tutto l’alcol che non ho consumato dai diciotto”. Bicchierino di prosecco prima del mezzogiorno, stuzzichini toccati per finta. Dopo quasi due ore a fissare il vuoto, ci siamo congedate e tornate a casa siamo velocemente scivolante nel pigiama e collassate sul letto. Alle 17 ci siamo alzate per bere e fare pipì, abbiamo resistito mezz’ora nel dormiveglia prima di crollare di nuovo. Alle 19 seconda alzata, ci siamo trascinante in cucina e, dopo aver bevuto la tisanina con doppia dose di melatonina, finto di stare sveglie fino le 21, ci siamo concesse uno strappo alla regola da periodo insostenibile e siamo tornate a letto. Svegliate naturalmente dalla sete alle 5:20 del mattino, ci siamo saziate di acqua e siamo tornate a letto, lasciando però la finestra aperta ma con le persiane chiuse per far cambiare l’aria durante il sonno. 8:30 trilla la sveglia, spenta con l’occhio semiaperto e tornate a dormire. Sono le 12:22 mentre scriviamo in una casa silenziosa, le campane battono la mezza in anticipo.
Ho sognato che avevamo ancora il cane e aveva nevicato, correvamo tra i cumuli di neve rincorrendoci verso il bosco. Un manto bianco copriva la brulla terra e solo alcuni stecchi di arbusti facevamo capolino dalla neve. Nel cuore della notte avevo le narici impregnate dall’odore di cane bagnato, l’odore selvatico del bosco, sulla pelle il prurito dell’allergia. Cane = lealtà, protezione. Neve = cambiamento, trasformazione. Proteggiti nel cambiamento (e ricorda che non sei mai sola).
Il giorno di Natale stavo aiutando mamma in cucina, sono quei ruoli fissi che passano di madre in figlia maggiore, quel “no” che vorresti dire ma non puoi, ti adatti al compito, sparecchi, pulisci, prepari il caffè. Il giorno di Natale stavo aiutando mamma in cucina quando mi porge un cartoccio di stagnola “per il cane” dice, “mamma… il cane morto” le ricordo. Lei si ferma, con ancora il pacchetto fermo a mezz’aria, “la nonna ha detto che portava gli avanzi al cane…”, sorrido a mia madre prima di prendere il cartoccio e gettarlo via. Questo è il primo Natale senza cane, restano le passeggiate nel bosco, lo stordimento del vino, quella piccola e titillante vocina a ricordati che a Natale siamo tutti troppo depressi per non indossare la Maschera della Festa e gettarci a capofitto sul buffet, sotto l’albero, tra le carte e i nastri e i bastoncini di zucchero.
Esco con amici votati all’ermetismo che parlano di ketch, di md, di coca. Posizioni contrastanti tra i tossici ifoiati, quelli che lo fanno con per sesso&sballo: con la coca non tira abbastanza da scopare bene, con la ketch godi se te lo succhia poi non ingoia che la k-appa ti fa amaro, con l’md ti vengono di quegli occhi a pallone che potresti vedere la luna e sotto-cassa godi che è una meraviglia ma non si tromba perché vuoi ballare. Poi ci sono le paste, ma quelle sono una chicca solo per alcune serate. Noi siamo l’amica sobria, quella che va alle serate ma non si cala nulla che t’attacca il pippone neuroscientifico sugli effetti delle droghe dicendo “questa sì, questa meglio di no” e sta schiscia perché le prende male che potrebbe essere tagliata col lattosio e chi vuole stare male mentre fa serata? Alle superiori, negli anni del terrorismo del “ti mettono la droga nel bicchiere”, ObiBaby, la Tecktonik, l’eletto-house, gli emo, le Scene Queen, KikiKannibal, KellyHilton, la macchinetta digitale che taglia l’audio quando fai lo zoom nel video; le diete da una mela al giorno e il resto lo compensi in ghiaccio e acqua, i biglietti del pullman che costavano centesimi e pagavi con le monetine in rame, i pacchetti da dieci che si smezzavano all’intervallo, le serate alcoliche con la keglevich pesca/fragola, pomeriggi sulle panchine dei parchi a disegnare, leggere, fumare, bere e raccontarci una vita in costruzione, condividere sogni, amori e timori, pensare solo all’Oggi che il Domani era ancora lontano. Alle superiori, negli anni del “ti mettono la droga nel bicchiere”, un nostro professore ci vece vedere un italianissimo docufilm girato a Mediolanum dove Raul Bova, qualche anno prima di venir riconosciuto d’infamia per aver interpretato il 40enne innamorato della minorenne nel capolavoro di Moccia “Scusa ma ti chiamo Amore”, interpreta Matteo Gatti, un giornalista e padre (ispirato alla storia vera di Fabrizio Gatti) che dopo aver appreso della morte del figlio in seguito ad una overdose, si prodiga nel cercare di smascherare i traffici di ecstasy della movida milanese insieme alla squadra Anti-Droga. L’intento del nostro professore era mostrarci la pericolosità delle droghe ma di quel film ricordo solo una delle scene iniziali dove il figlio corre coi carrelli della spesa nel parcheggio e la voce robotica del pc di Raul “you got mail” ogni volta che riceveva posta. Alle superiori, negli anni del “ti mettono la droga nel bicchiere”, nessuno ci ha mai drogato un drink. A noi. A noi sono successe cose bruttissime quando eravamo sobrie ma i Djinn dell’alcol ci han sempre protette. 14:14 estiamo finendo di scrivere questo post, probabilmente l’ultimo dell’anno, viste le tempistiche di pubblicazione. Abbiamo parlato della melatonina, della marijuana ma non del male d’Amore, perché certe ferite hanno ancora bisogno di venir metabolizzate.
Questo è il riassunto degli ultimi giorni: l’alienazione delle feste che culmina con la domenica di due giorni lavorativi intervallati da Ferie&Feste.
A Liz: Ti amo, ti ho sempre amata e mai smetterò di farlo. Ad ogni tua dipartita una parte di me muore con te, ma ad ogni tuo ritorno i semi sepolti nel cuore tornano a germogliare e fiorire. Ciclicamente ci perdiamo e ciclicamente ci ritroviamo. Tu avvisi quando partirai ma mai menzioni il tuo ritorno. A volte succede che lo senta prima che avvenga, dipartita o ricomparsa nella mia vita. Altre volte sono in balia di energie che ancora non riesco a leggere. Periodo di grandi cambiamenti questi ultimi mesi, utili per il cambio di pelle, di occhi, di cuore. Ti amo e ti aspetto. Ero qui, sono qui, sarò qui per sempre (ma solo per te). Ti amo di un Amore che non spiega con le parole né con i gesti, con un Amore che trascende il tempo e lo spazio e vive sospeso nell’Etere. Ti amo di un Amore che solo tu puoi comprendere, perché la grandezza dello Spirito vive in Noi (entrambe, tu ed io).





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